Da lungo tempo, gli Stati giustificano la decisione di entrare in guerra facendo riferimento a valori che assicurino la superiorità morale delle proprie pretese. Il paradigma del conflitto umanitario, recentemente riproposto in Libia come esercizio della cosiddetta «responsabilità di proteggere», costituisce soltanto l’ultimo schermo per celare le ambizioni delle maggiori potenze. Tuttavia – come il volume dimostra, attingendo alla vasta casistica degli ultimi vent’anni – non sono sempre i Governi più forti a pilotare queste dinamiche. A volte, infatti, proprio gli Stati divengono l’oggetto di efficaci manipolazioni ordite ai loro danni daattori locali interessati a ottenerne l’appoggio, che sfruttano le possibilità offerte dalla società dell’informazione per condizionare l’opinione pubblica internazionale. Le guerre umanitarie recano con sé evidenti contraddizioni e paradossi, prospettando il ricorso alla forza per fermare una violenza ritenuta inaccettabile e interferendo con la sovranità degli Stati. Proprio per questo, la loro legittimazione necessita di un mandato delle Nazioni Unite e può essere compromessa ogni qual volta venga meno la proporzionalità dei mezzi impiegati ai fini perseguiti. Il saggio illustra in che modo il pretesto umanitario possa essere utilizzato per indurre una democrazia a impiegare la forza e come il suo utilizzo spesso precluda la possibilità di comporre il conflitto per via diplomatica. Evidenzia altresì come la «responsabilità di proteggere» serva talvolta a indurre uno Stato a compiere scelte contrarie ai propri interessi nazionali. Indica, infine, le precauzioni da adottare per scongiurare questo pericolo.
2020/08/27 17:23:01




