Una Roma popolana e sbracata. Un’umanità offesa e mai risarcita, fatta di uomini di eleganza povera e donne che emigrano di quartiere per amare. Una Roma di cortili storti e silenziosi, di ballatoi, di scantinati, sontuosa a suo modo, scovata da paparazzi e registi. Il colore della dignità è quello che risalta ed emerge da un portone, in una sala d’aspetto, su un tram che porta lontanodalla disperazione, e sotto un pergolato d’osteria. Una filologia degli anni Sessanta, ovvero un affresco di perdigiorno, esistenzefebbricitanti, uomini da “terza visione”, sognanti cassiere di cinema all’ultimo spettacolo. Le azioni dei personaggi hanno il sapore dolce e amaro delle cose perdute- essi sentono, senza averne ancora consapevolezza, che la sicurezza del loro piccolo mondo sta per mancare e la felicità si consuma lentamente. Piccoli piaceri cristallizzati in un attimo, che sono già passati nel momento in cui lo sguardo del narratore li isola per raccontarli. È la paura il sentimento che lega tutti questi racconti, la paura che anche quella vita stentata, sull’orlo ultimo della città, prima o poi si dissolva. E pensare che a questa umanità basterebbe appena un sorriso! Acitelli ce la narra ispirato e sincero ed è il suo cuore, più che la mente, a farci dono di questi scenari.
2020/08/28 15:08:07



