Inizio Ventunesimo Secolo: Nicholas Edward Cave è un distinto signore di mezz’età con pochi segni particolari, se eccettuiamo le eccentriche dimore e un bizzarro senso della vita o, se preferite, del Fato. Fine Ventesimo Secolo: Nick Cave è un angry young man in procinto di solcare le vaste distese dell’orbe terracqueo, senza tuttavia dimenticarsi i continenti di una più sconfinata disperazione interiore: «Quando avevo vent’anni, non mi sarei mai aspettato di arrivare a cinquant’anni », sentenzierà dando la cifra di un songbook che dopo trenta primavere sulle scene l’ha già incoronato Giobbe moderno, profeta post-litteram ed evangelista dark. Da Nicholas a Nick, il passo non è stato breve. Quello che rimaneva, però, era sempre Cave: il cantore capace di mettere in rima amore con morte, Australia con America, blues e gospel, l’uomo che ha saputo rendere punk la normalità e rock la Bibbia. Il giovane Nicholas non sapeva che, nell’arco di pochi decenni avrebbe creato un canzoniere nella cui filigrana si intravedono oggi, con buona pace di Melville e Virgilio, le peregrinazioni di un novello Ismaele e di un Orfeo denudato. Il fatto è che Nick Cave è arrivato a salutare gli anni Zero come un figlio illegittimo di Lazzaro: l’unico degno di dire «Dio è stato sequestrato dai politici» senza svendersi la credibilità. L’unico degno di resuscitare disinvolto dopo la corrispondenza d’amorosi sensi con PJ Harvey e la burrascosa epopea dei Birthday Party, tra il graffiante complimento di un’anima dispari come Lydia Lunch («Ha convinto igiovani dark a comprare i dischi di un matusa come lui») e la stima sincera di un altro maître à penser ibrido come Henry Rollins («Ogni cosa che fa è interessante, rischia sempre e non si accontenta mai»).
2020/08/28 00:58:08



