«Scavate a destra del fico.» Ecco, quello è il posto. Dove ci sono cespi d’insalata che stanno in piedi con lo sputo, strappati a unangolo d’orto e sistemati alla meglio: infilati giù nella terra senza radici. Per mimare una qualche coltivazione che copra il Malelà sotto. Anche quei due hanno acconciature che stanno in piedi con lo sputo, un cespo di capelli al gel, e pure il terzo li portava così: forse perché tra amici ci si assomiglia più che si può, per quanto amici spesso sia solo una sigla, un modo di dire, una parola comoda che tanto sta in piedi da sola, senza bisogno di fare fatica. Anche quei due sembrano non avere radici: quasi una specie mutante, generazione cresciuta nel niente, in un Paese dove s’è smesso da tempo di seminare (e di coltivare) per quelli a venire. e dove, anzi, s’è messa una pietra tombale sulla pietà e sui principi, sui comportamenti e sui doveri morali. Scavando una fossa al futuro, simile a quella dove il terzo di loro è stato appena seppellito in un sacco. Dagli altri due. «A destra del fico.» una notte d’aprile, a Varese. Tre amici litigano per un cappellino non pagato. Per il più giovane, ancora minorenne, è la condanna amorte: una mattanza da film dell’orrore. Si parte da qui, da una qualsiasi notte italiana, per raccontare – storie alla mano – la crescita zero di una generazione di spaventosi e spaventati che sta cambiando i connotati al comune sentire di un Paese che, senza più maestri e in piena emergenza educativa, osserva indolente il suo declino, rinunciando al suo futuro.
2020/08/28 12:09:41



