Edmond Jabès è uno dei più importanti scrittori di lingua francese del Novecento. Nato al Cairo nel 1912, nel 1955, in seguito alle leggi antiebraiche promulgate da Nasser, si trasferisce a Parigi dove muore nel 1991. Universalmente riconosciuta, tradotta, ampiamente commentata tanto in Francia quanto nel mondo, l’opera di Jabès continua a stimolare le interpretazioni più contraddittorie, e resta una tra le scritture più straordinarie della letteratura e del pensiero contemporanei. Il Libro delle somiglianze è uno dei più fedeli specchi del trascorso “secolo breve” e dei suoi orrori, tanto da rifiutare ogni teoria volta ad attenuare l’angoscia dell’atto di scrivere- angoscia intessuta di tutti i dubbi che Auschwitz ha irrimediabilmente sollevato intornoai valori della nostra cultura. Ecco perché il libro, per Jabès è sempre qualcosa di inconcluso, un corpo enigmatico di segni. Il libro, come la realtà, è un deserto e il compito dello scrittore è di trovare la traccia di un percorso sprofondato nella sabbia, unsignificato a venire e mai compiuto, una voce protesa verso il senso senza che mai divenga parola compiuta e rassicurante. Il silenzio di quel deserto è interrotto solo da un ossessivo interrogare, nella speranza di una risposta che – ben lo sappiamo – non si darà mai. Tuttavia, proprio al fondo di questo abisso, la scrittura di Jabès “racconta” attraverso l’inesauribile interrogazione rivolta alla vita, il percorso che porta l’uomo alla solidarietà e alla speranza. L’ospitalità nei confronti dello straniero nasce da un imperativo etico, sì, ma soprattutto dalla constatazione che noi tutti siamo stranieri a noi stessi.
2020/08/28 14:20:51



