L’estate del 1984, è mattina, nell’atrio in ombra d’una vecchia casa di Lenola, appoggiata sui dossi del basso Lazio che nascondono il mare di Sperlonga. Due uomini sono intenti al loro lavoro, senza parlare. Il più anziano è seduto su una poltrona, corregge dellebozze, ogni tanto alza un braccio dietro la testa, pensieroso, un gesto abituale. Davanti a lui su un cavalletto, che come la poltrona non cambia posto per tre mesi, un uomo più giovane lo ritrae su grandi fogli di carta spessa, un metro e mezzo per tre… L’uomo ritratto è Pietro Ingrao, allora alla soglia dei settanta anni, ancora giovane e teso, conchiuso in se stesso… Lo ritrae Alberto Olivetti, non ha neanche quaranta anni… In questi ritratti Olivetti traduce un Pietro Ingrao in sospensione, dubbio. Stati della mente e del cuore… (dallo scritto di Rossana Rossanda). Dopo quella prima stagione, Ingrao continua a scrivere poesie e, nell’aprile del 1994, una seconda raccolta appare ne «Lo specchio» di Mondadori, L’alta febbre del fare. Sono passati otto anni dai ritratti del 1984, ma in quell’estate i due sono nuovamente nella casa natale di Lenola per alcuni mesi. Olivetti realizza nove dipinti su tavola, ciascuno nel formato 30x30 cm, relativi ad altrettante poesie di quest’ultima raccolta. Li espone, per i familiari e gli amici, in quell’androne… Scorrendo ad una ad una le tavolette, la prima questione urgente da sondare è certo la relazione tra testo e immagine… (dallo scritto di Silvia Litardi).
2020/08/29 16:59:50




