Per la gente comune l’idea o il bisogno di giustizia sgorgano spesso dall’aversubito un’ingiustizia: ne hanno perciò un’idea concreta, che derivada un’esperienza personale e che richiede una risposta altrettantopersonale (restituiva, riparatrice, risarcitoria). I filosofi e i giuristi dasecoli elaborano invece teorie di portata universale costruite su misuraper un mondo idealela cui declinazione tuttavia risulta lontana ed estraneaalle domande particolari delle vittime. Riconsiderando le ferite infertedaipiù efferati crimini contro l’umanità, di cui il secolo XX è statospettatore, ma anche i più sconvolgenti misfatti odierni, vien dapensareche il diritto penale, così come concepito e sedimentato nella tradizionegiuridica occidentale, finisca per risultare disumano ed inefficace, se nonsi incontra con il mondo di senso di quella che l’autore definisce l’eticapopolare. Dopo molti decennidi esperienza accademica e professionale,un grande penalista si interroga sulle ragioni ultime della sua disciplinae della sua azione. Lo fa, dialogando con il pensiero di coloro che piùhanno influenzato le teorie sulla giustizia (da Rawls a Dworkin, da Bobbioa Veca, da Arendt a Dershowitz fra gli altri) e con il coraggio intellettualeche ogni giurista «capace di pensare» – come direbbe Federico Stella- prima o poi deve mettere in campo, evitando di parlar d’altro: deidogmi, del diritto positivo, del secondo comma e del combinato disposto,della prassi giurisprudenziale, e così via.
2020/08/27 21:10:02



