La conquista della libertà di informazione, per la quale hanno combattuto i philosophes nell’età dell’Illuminismo, non fu cosa facile. Il processo che condusse alla teorizzazione e alla messa in pratica della libertà di stampare incontrò infatti non pochi ostacoli. Per primi quelli legati alla censura ecclesiastica e statale, ma anche quelli, non meno coercitivi, della propria coscienza. Tra l’etica del silenzio e la libertà di scrivere si apre il vasto campo dell’autocensura, quell’ampio universo del non scritto, che segnò a lungo la vicenda degli intellettuali europei. Si tratta di un tema in larga misura inesplorato soprattutto per quanto riguarda il Settecento, epoca di transizione fra il Seicento della ‘dissimulazione onesta’, con cui la repubblica delle lettere aveva risposto alla repressione seguita alle guerre di religione, e le prime legislazioni europee sulla libertà di stampa. Fu a metà del XVIII secolo che si verificò il passaggio dall’idea libertina secondo cui la ‘verità’ è destinata a una ristretta élite intellettuale, all’imperativo illuminista in base al quale la ‘verità’ deve essere pubblica. Quel passaggio comportò un diverso modo di pensare la libertà di espressione, che da patrimonio di un circolo di dotti, gelosi custodi della loro libertà di pensiero, diventò via via un diritto universale, da riconoscere a ogni uomo.
2020/08/29 16:44:50




