Forse, magari senza saperlo, aveva ragione il giovane Adriano Celentano quando, nel 1959, cantava «i tuoi baci non son semplici baci». La storia del bacio nella canzone italiana è infatti complessa. Assente nella grande stagione del melodramma ottocentesco, assumerà un posto importante nel teatro dell’opera, raggiungendo con Puccini il massimo della sensualità («O dolci baci e languide carezze / mentr’io fremente / le belle membra disciogliea da’ veli»). Anche i baci delle prime canzoni italiane, quelle del Café Chantant, del Varietà e dei Tabarin sono carnali, fortemente erotici, peccaminosi. Intorno al 1930, tutto cambia: alla radio e nei primi film sonori si lanciano canzoni per persone comuni, che sognano di avere mille lire al mese, una casettina piccola e carina, un matrimonio felice. Niente più amori torbidi, baci e carezze audaci, follie e voluttà. Si opera una censura che crea un codice cheresterà valido per molti decenni. La fine della guerra e la nascita dell’Italia repubblicana non incidono minimamente sulla canzoneitaliana. La quantità di baci nel canzoniere del Festival di Sanremo (nato nel 1951) è sterminata, anche se nel 1958 il teorema metafisico del bacio va a infrangersi contro l’irrompere del nuovo. Certo, negli ultimi anni Cinquanta e nel decennio Sessanta ci sibacia ancora tanto, ma con i giovani come Rita Pavone si bacia di meno, e anche con Morandi che parla solo di carezze. Zero baci per Patty Pravo e i complessi beat. Si fa strada un linguaggio molto più esplicito. Insomma, non ci si bacia più, si fa l’amore. Superati gli anni della contestazione, dei cantautori impegnati, del rock demenziale, il bacio sopravvive, anche se non sostiene piùl’idea di un amore assoluto e disincarnato.
2020/08/29 20:16:35




