Forse non tutti sanno che il filosofo Baruch Spinoza - detto Bento -, uno degli esponenti del razionalismo del XVII secolo, antesignano dell'Illuminismo e sommo conoscitore dell'esegesi biblica, disegnava. Anzi, era intimamente ossessionato dal disegno. Dopo la scomunica e la cacciata dalla comunità ebraica di Arnsterdam, si dedicò al disegno con un trasporto così assoluto che, quando non lavorava come tornitore di lenti, si rinchiudeva nel suo studio ad abbozzare figure o paesaggi, a tracciare centinaia di schizzi a matita e a china. Quando morì, i suoi amici recuperarono le sue lettere, i manoscritti, gli appunti, ma non trovarono nessuna traccia dei suoi disegni. Molti anni dopo, a John Berger viene regalato un vecchio taccuino da disegno e l'autore, mosso da un impulso segreto e convincente, sente che quel libricino è proprio quello di Baruch Spinoza. Inizia così un dialogo a due voci e aquattro mani in cui l'autore e saggista inglese - convinto che nella silenziosa pratica del disegno risieda la chiave per accedere al senso del mondo e delle cose - immagina di rileggere le parole del filosofo olandese, e di osservare il mondo con i suoi occhi. Il risultato è un libro che crea un ponte tra l'Olanda del XVII secolo e il tempo inquieto in cui viviamo.
2020/08/30 10:26:40




