Da sempre è la coscienza della morte a delimitare lo spazio della cultura umana. L'uomo si comprende e si relaziona al mondo e agli altri a partire dalla coscienza della morte, cioè dalla sua condizione mortale. In occidente l'uomo ha sviluppato il pensiero a partire esattamente dalla certezza della morte: “incerta omnia, sola mors certa” (Agostino). Ma oggi, in quella che i sociologi chiamano “società post-mortale”, società insofferente dei limiti e di quel limite radicale che è la morte, società caratterizzata dalla volontà di vincere la morte con la tecnica, di far indietreggiare la morte, di intervenire sulle sue cause, di modificarne le frontiere, di controllare l'insieme dei suoi parametri, di comprendere il suo processo per prolungare il più possibile la vita, di spingere sempre oltre i limiti della longevità umana, si delinea lo scenario di un uomo che può pensarsi a-mortale, cioè, capace di prolungare indefinitamente la sua vita. Se questo è possibile grazie ai fenomeni che hanno segnato la storia della morte in Occidente, in particolare i progressi della scienza medica, c'è da chiedersi che ne è e che ne sarà dell'uomo e della sua coscienza,da sempre fondata sulla certezza della morte come limite della vita. Il libro fa emergere le conseguenze negative di questa rimozione sulla società e sull'individuo e intravede nella difficile edificazione di una nuova sapienza, cioè di una nuova sintesi tra antico e nuovo, di una nuova valorizzazione del limite come categoria costitutiva dell'umano, una pista percorribile per custodire la domanda e la ricerca del senso. La sapienza biblica ha il suo importante contributo da dare in questo processo.
2020/08/29 14:26:11



