Nell’anno del 150° dell’Unità, molto è stato scritto sui patrioti, i grandi protagonisti della politica e la conquista dell’identitànazionale. Resta un ambito poco esplorato, al confine fra la Storia, la storia della musica e la sociologia, che può dirci molto sucome si sono «fatti» gli italiani nel cinquantennio che precedette l’Unità. È il variegato mondo della musica in senso lato, che non si esaurisce nei titani dell’opera e nelle loro simpatie politiche – da Verdi padre musicale della Patria, a Rossini super partes, a Donizetti osteggiato dalla censura suo malgrado – ma è molto più interessante nei rapporti tra librettisti e censura, più tollerante prima del 1848, spietata dopo, perché resasi conto dell’enorme potere dell’opera di infiammare gli animi. E tra pubblico e potere politico. La lotta allo straniero si consumava nei teatri in molti modi: boicottando, a volte, le prime, cambiando parole chiave nei cori. Così «Si ridesti il leon di Castiglia» dall’Ernani di Verdi, cantato dai volontari nel ’48 diventava «Leon di Caprera» o «Leon di San Marco» nella Repubblica di Venezia. Celebre, perché trasfigurato nel film Senso di Luchino Visconti, l’episodio della rappresentazione della Norma di Bellini alla Scala: al coro «Guerra, guerra!» si scatenava la reazione patriottica del pubblico contro gli ufficiali austriaci presenti. Ma al di là della mitologia risorgimentale, costruita e imposta nel periodo post unitario, esiste una musica popolare, fatta di inni, marce e romanze, cancellata dalla storia ma che negli ultimi anni si va riscoprendo, e di cui ci offre un profilo la prefazione di Philip Gossett. Per capire cosa cantassero sulle barricate, durante le 5 giornate di Milano, i patrioti che non conoscevano i testi dell’opera. La musica, dunque, è stata veicolo e cemento della coscienza unitaria, e può dirci sul Risorgimento più di quanto la Storia tramanda.
2020/08/29 19:02:15



