Mencio, vissuto quasi due secoli dopo il Maestro Confucio, è uno dei più grandi dottori del Confucianesimo. Anche in lui troviamo lostesso rispetto per le tradizioni, ma è più moderno e spazia con il pensiero più liberamente che non il suo Maestro. La ricerca filosofica, come è noto, è intimamente connessa con le condizioni storiche e le vicende politiche di un popolo, per quel rapporto costante che sempre corre fra il mondo delle idee e il mondo dei fatti. È chiaro quindi che il pensiero cinese del IV e III sec. a.C. dovesse risentire delle speciali condizioni politiche contemporanee. Mencio voleva la riforma dei costumi e insieme il miglioramento delle condizioni politiche ed economiche. L’ideale che vagheggiava era quello di una confederazione fra i vari stati della Cina, in cui regnasse il massimo accordo e la massima devozione per l’Imperatore. Il principe è lo specchio dei sudditi: se egli è un rigido custode della virtù e della giustizia, imparziale, abile riordinatore dell’amministrazione, e soprattutto si adopera per una riforma dell’agricoltura, i popoli degli altri stati si sottometteranno al suo dominio.Mencio invece riteneva l’animo umano essere propenso al bene, per quegli innati sentimenti di pietà, equità, sincerità, prudenza, che costituiscono le dotiessenziali del nostro spirito. Se i tempi sembravano contraddirlo, la causa si doveva ricercare nel fatto che i popoli mancavano diun governo assennato che li incitasse al bene, mancavano soprattutto di quella prosperità economica senza la quale nessuno – a eccezione del saggio – può seguire la virtù. Egli credeva necessaria una riforma economica la quale avesse per base una più equa ripartizione delle ricchezze, e proponeva una nuova divisione delle terre e l’abolizione dei tributi fissi che i coltivatori dovevano pagare annualmente allo stato. La presente traduzione è stata condotta direttamente sull’originale cinese dal grande orientalista Giuseppe Tucci.
2020/08/29 10:23:38




