Tra le migliaia di soldati italiani impegnati nel 1917 sul fronte isontino, si trovano due scrittori già amici da qualche anno: Mario Puccini, ufficiale in servizio presso il Comando Supremo della III armata, e Giuseppe Ungaretti, soldato semplice nel 19mo reggimento, dove milita sin dal novembre del 1915 e dove ha maturato le drammatiche esperienze militari ispiratrici delle poesie delPorto sepolto, pubblicato sul finire del 1916. E dell’accoglienza critica ricevuta da questo libriccino scrive Ungaretti in una delle prime lettere indirizzate a Puccini tra l’aprile e il dicembre di quell’anno funesto- come pure scrive, polemicamente, di d’Annunzio, che fa “le pose plastiche in ginocchio davanti ai feretri dinanzi al fotografo sempre immancabile”. Ma in queste lettereUngaretti racconta anche la sua vita difficile al fronte “macerato di malinconia“ e tanto in cattiva salute da essere dichiarato inabile alle fatiche di guerra- per questo sarà avviato a un corso per diventare ufficiale contro la sua volontà di rimanere soldatotra i soldati, ritenendosi inadeguato a comandare e a dare ordini. E poi arriva Caporetto, che in una lettera di novembre Ungarettiracconta in tutta la sua drammaticità: “buttato via come una pietra da una violenza bruta” dopo aver visto “schiantati” tanti “docili, poveri compagni“. In queste lettere, qui pubblicate per la prima volta, Ungaretti racconta, con le parole incise e definitive della grande poesia, la guerra vista con gli occhi dell’umile fante.
2020/08/30 09:12:13




