Curzio Malaparte comincia a scrivere questo libro in Ucraina, nel 1941. Lo riprende l'anno seguente in Polonia e lo porta a termine nel 1943, nel corso di un lungo soggiorno in Finlandia. Subito dopo divide il manoscritto in tre tronconi che affida a tre diversi diplomatici stranieri, i quali lo fanno arrivare attraverso vicende già in sé romanzesche nella Napoli del 1944, dove viene fortunosamente stampato. A distanza di tanti anni, tutto questo dispiegamento di stratagemmi può sembrare una delle stravaganze per cui l'autore, in vita, andava famoso. Ma basta aprire il libro quasi a caso per capire fino a che punto queste pagine dovessero sembrare allora, come del resto ancora oggi, pericolose. Introdotto ovunque - dalla corte di Svezia a quella di Hans Frank, proconsole nazista in Polonia -, vezzeggiato e aborrito in parti uguali, Malaparte raccoglie le confidenze di militari, aristocratici, diplomatici, tutti pronti a parlare, tutti certi che quanto dicono non verrà ripetuto, tanto meno da un testimone nonprecisamente al di sopra di ogni sospetto. E invece, Malaparte racconta tutto. Tutto quello che sente, e tutto quello che vede: i cadaveri congelati dei soldati russi usati dai tedeschi come segnaletica stradale- le serate con musica alla corte di Hans Frank, dove gli ospiti discutono amabilmente di sterminio- i morti nel ghetto di Varsavia, allineati sul marciapiede e circondati dalle candele rituali. Attraverso gli occhi e la prosa non riproducibile di Malaparte le cerimonie - le cene, i balli, le battute di caccia - dei padroni del continente si rivelano per quello che già sono, una danza di spettri su una scena sempre più cupa e sempre più vuota. E questa sarabanda vorticosa e oscena diventa a poco a poco un viaggio - l'ultimo, e per molti versi l'unico - al terminedella notte che distruggerà l'Europa.
2020/10/26 22:21:01



