Il paradosso italiano del pensiero liberale è presto detto: insistentemente evocato da diverse e contrapposte parti politiche, stenta da sempre a trovare una sua coerente e chiara messa in pratica. Sulle ceneri del ventennio fascista, l’Italia del dopoguerra si era dotata di istituzioni e di una costituzione di ispirazione democratica e liberale- poi la scena politica era stata occupata da democristiani e comunisti, poco inclini, quando non avversi, ai valori del liberalismo moderno. Il crollo della Prima repubblica,agli inizi degli anni ‘90, ha visto poi l’ascesa di due personaggi di orientamento politico opposto, entrambi distanti dal liberalismo: un leader ex comunista, Massimo D’Alema, e un imprenditore, Silvio Berlusconi cresciuto all’ombra di protezioni politiche e concessioni di stampo monopolista che invocano a gran voce una “rivoluzione liberale”. Una rivoluzione è rimasta nel cassetto, anche se la sua bandiera continua a essere agitata dalle forze berlusconiane (il Partito delle Libertà). C’è ancora più bisogno di chiedersi se esista, e dove si fondi, una genuina tradizione del liberalismo italiano, anche per confrontarla con i suoi ultimi artificiali cascami. Salvatori, in queste acute pagine, cerca di rintracciare le radici politiche e culturali del liberalismoitaliano nel pensiero di un esiguo gruppo di intellettuali liberali: da Cavour a Bobbio, Croce, Einaudi e pochi altri. Personalità di diseguale statura, ma tutte rilevanti e significative, la cui opera e pensiero rispecchiano vicende e caratteristiche di un liberalismo tutto italiano, fatto di istituzioni liberali dapprima segnate dall’impossibilità di giungere alla piena maturità, poi soppresse dal fascismo e infine rinate e rinnovatesi in veste democratica. Un liberalismo mai compiuto per il perpetuarsi di sistemipolitici «bloccati», che ne hanno sacrificato l’anima stessa: il confronto dialettico tra forze di governo e di opposizione capace di dar vita a «normali» alternative di governo.
2020/08/30 07:54:15



