È possibile una riflessione filosofica sul gusto e sulla gastronomia? Non è una domanda retorica, ci avvisa l’autore: noi siamo infatti ancora prigionieri della metafora platonica che condanna la gola e la culinaria in quanto attività “meramente” empiriche, tese a un piacere labile e poco degno dell’uomo nella sua più “alta” espressione. Mentre l’arte si è contaminata con esperienze di ogni genere e le estetiche hanno teorizzato modelli aperti e fluidi, la veneranda immagine del gusto come senso minore e della gastronomia come attività non conoscitiva gode ancora di ottima salute. Ma “prendere sul serio” il gusto, sostiene l’autore, non significa elevarlo nell’empireo dei sensi intellettuali, sottraendolo alla sua materialità, bensì rivalutare il quotidiano delle abilità pratiche, proponendo uno sguardo “dal basso”, a partire dalle più esperienze più ordinarie: mangiare una brioche al bar, bere un bicchiere di vino, degustare una specialità al ristorante. Solo così potremo mettere a nudo le rigidità di molti discorsi sulla gastronomia e proporre una filosofia della gastronomia saggia e laica. Nell’originale percorso seguito dall’autore, l’argomentazione filosofica si intreccia con la dimensione narrativa e biografica propria delle esperienze gustative. Attraverso le suggestioni letterarie di Nothomb e Calvino, Epicuro e Proust, Perullo rivendica le esigenze di certa ingenuità volgare del piacere,senza trascurare la dimensione “ecologica” del sapere, e rimettendo il tutto all’interno delle scene di senso della nostra vita, dove emergono tanto la forza della singolarità individuale quanto i codici culturali e sociali delle pratiche di degustazione. Riferimento privilegiato di queste pagine è il vino: in appendice, “Una critica estetica della degustazione”.
2020/08/29 15:52:43



