Quando, a Parigi, Tristan Rémy pubblicava il suo libro più corposo sulla storia del clown, la figura del pagliaccio era nel suo momento d’oro: da Grock ai Fratellini, i più grandi interpreti della pantomima circense dominavano le scene dello spettacolo francese. Rémy, però, aveva un presentimento malinconico, ovvero che quest’arte fosse al tramonto, soppiantata da altre forme di spettacolo della modernità, che rendevano il palcoscenico del circo un luogo di patetico romanticismo. Per Rémy non c’era alcun dubbio però sul fatto che il clown è l’emblema principe dell’umano. Per Rémy i clown sono la vera espressione dell’umanità, coloro che fondano la loro arte sui rapporti di potere (vedi la figura dell’Augusto, del clown apparentemente maldestro e stupido, che in realtà si maschera dietro la sua insensatezza per portare alla luce le contraddizioni della vita e dei rapporti fra uomini), che rispecchiano la quotidianità e la rendono buffa e surreale, che creano una visione distorta e ilare di quei problemi che gli spettatori ritroveranno una volta usciti dal tendone del circo. Non era soltanto spontaneità l’arte del clown, aveva i suoi canovacci, sketch semplici e di comica irriverenza, che riprendevano certi schemi della Commedia dell’arte, ma con quella nota modernissima di non sense che li rende precursori del teatro dell’assurdo novecentesco e di forme d’avanguardia come il dadaismo. Questo libro presenta un’antologia dei testi più celebri e spassosi che guidavano gli attori durante le loro entrate clownesche.
2020/08/30 17:06:06




