Il 29 febbraio 1944 Ulisse, nonno di Massimo, squadrista, membro di un direttorio del fascio, viene ammazzato dai Gruppi di Azione Patriottica. Il 28 dicembre 1943 muoiono i sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti. Il 26 marzo 1961 il gappista Soragni, nome di battaglia Muso, è vittima dell’odio covato nel tempo da un compagno militante e amico, assieme a lui responsabile dell’uccisione di Ulisse. La storia è lineare solo quando scelgono di raccontarla così, ma gli eventi si affastellano in un ordine che, quando ti riguarda da vicino, non è necessariamente quello cronologico. così è per chi cerca di capire le ragioni del sangue, quando il sanguedegli oppressori si mescola a quello degli oppressi. La terra emiliana – terra contadina, di utopie socialiste, di vacche in salute– grida forte. E l’eco degli spari accompagna Massimo Zamboni nella sua indagine attraverso il tempo: quando legge i documenti della polizia partigiana nel modesto archivio parrocchiale di campagna, quando va a trovare i parenti superstiti sulle colline reggiane, quando visita la tomba dei fratelli Cervi – sette, come sette erano i fratelli del bisnonno Massimo. Perché la memoria va trasmessa, e “tocca ai nipoti tramandare, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza”. Una storia che chiedeva di essere raccontata, rimasta sepolta insieme alle tante storie rimosse di questo paese.
2020/08/30 00:01:45




