Otto fuochi di liberazione concreta, totale, definitiva, "La nostra presenza" nulla, proprio nulla, lascia al dubbio. Scrittura infatti conclusiva, vitale, sottilmente apocalittica, incline all'esattezza salingeriana, al tumulto fantiano, al braccio bukowskiano, realizza se stessa utilizzando la sola scintilla umana. Lo percepiamo subito dal primo racconto, "Al vicolo cieco": Giòè un ragazzo seriamente indebolito, ma sperimentale, enfatico, attivo. È stato invecchiato, si capirà dalla sua telefonata, dal germe del millennio andato. Sempre Giò, nella "Morte del pittore", chiude definitivamente la storia familiare con la spoliazione, spietata, dei beni materiali del nonno pittore. Ne "La nostra presenza" il gioco del calcio spinge Giò, curiosamente, nel baratro dell'amore mistico. Come mistico è il protagonista di "Paglia e veste a giaciglio", una specie di Gesù decisamente risentito. Con "Al suono del primo giorno" inizia e finisce l'epopea novecentesca della madre impura. Una donna corrotta, una madre subdola, falsamente malata, cerca di annichilire il figlio, senza riuscirci, in una clinica svizzera. Ne "Il limite minimo di resistenza", silibera, infine, la diga emotiva: una lettera d'amore scritta per le strade di Roma si fa passione, e l'esistenza a questo punto diventa misteriosamente prodigio, fulcro e rilancio per l'avvenire.
2020/10/02 18:18:48



