La Bosnia Erzegovina è un Paese sospeso tra contraddizioni, diritti negati e crisi sociali, incapace di trovare un’identità unitaria. Laguerra è finita, almeno a parole, ma la crisi economica, lo stallo della produzione e l’aumento della disoccupazione, con l’incremento conseguente delle tensioni sociali e politiche, stanno facendo riaffiorare i nervi scoperti del Paese.Il passaggio da un’economia di autogestione a un capitalismo sfrenato ha provocato una profonda divisione tra i moltissimi poveri e una minoranza egoista e ricchissima, con la progressiva scomparsa della classe intermedia e lo sviluppo di due economie parallele e ben differenziate. Di questa situazione hanno saputo approfittare i nuovi tycoon, che hanno sfruttato il conflitto e il successivo e persistente periodo di deregolamentazione per assicurarsi ricchezza e potere, grazie alle privatizzazioni delle industrie di Stato e alla svendita dei beni comuni, alla ricostruzione, al controllo del mercato, favorendo lo sviluppo di corruzione e criminalità. A farne le spese sono stati i cittadini, ultimi destinati a rimanere tali, inascoltati da una classe politica compressa tra nazionalismo e liberismo spinto.“Oggi l’ottanta per cento dei giovani bosniaci, e non solo, vorrebbe lasciare il Paese. Nell’arco di venticinque anni Sarajevo e la Bosnia Erzegovinasi sono trasformate da un simbolo splendente a un posto da lasciare in fretta. Non si muore più a causa delle pallottole, ma si sopravvive, si vivacchia appena, senza le regole fondamentali di una società civile, frenati dalla corruzione rampante, dal nepotismo palese, ostaggi di una politica nazionalista e retrograda, subendo l’ingiustizia sociale e patendo la povertà”. (Azra Nuhefendic)“Mostar segna la linea dell’inaccettabile, né potrà mai sciogliere l’ambiguità del nodo che trattiene insieme la guerra e lo spettacolo della sua rappresentazione. Se resiste un fuoco di umanità, sta nel sentirsi trapassati da quel nodo- nel ‘saperlo’.
2020/08/29 17:16:04




