Il libro è il ricordo di un momento straordinario della storia viola, di un'epoca e di un calcio che non c'è più, quando le partite riempivano lo stadio all'inverosimile, quando si poteva «invadere» la Torino bianconera e tingerla di viola, quando i giocatori diventavano spontaneamente degli «angeli del fango» durante l'alluvione del '66, quando un allenatore sregolato ed estroso caricava i suoi ragazzi con le canzoni di Peppino Gagliardi e la squadra usciva tra gli applausi da tutti i campi italiani ed europei. Il secondo titolo della Fiorentina non fu un incidente di percorso, ma il più importante traguardo dopo anni di lavoro e programmazionesocietaria in cui si coniugò l'accortezza nella gestione dei bilanci con investimenti tecnici di livello, in cui vennero lanciati talenti come Picchio De Sisti, Cavallo pazzo Chiarugi, e poi Merlo, Bertini, Albertosi solo per fare dei nomi. Una squadra che nacque dalla passione per i giovani di Nello Baglini, industriale pisano e presidente appassionato ma attento alle casse, dal fiuto di Egisto Pandolfini, vero demiurgo di una materia prima plasmata dalle mani paterne di Beppe Chiappella e poi resa perfetta dall'estro di Bruno Pesaola. Fu in quegli anni una delle migliori espressioni di un calcio fresco e moderno, divertente e vincente. Quei giovani calciatori un po' guasconi e figli del loro tempo rappresentarono la migliore miscela di genio e sregolatezza ma anche di perfezione tecnica e disciplina tattica che un allenatore potesse avere a disposizione. Dal '63 al '69 la Fiorentina ye-ye collezionò un quinto posto, quattro quarti posti e uno scudetto: avrebbe potuto aprire un ciclo lunghissimo, considerata la classe el'età di quei giocatori, ma durò poco meno di due stagioni. Il giocattolo, come spesso accade a Firenze, si è rotto presto, forse per l'immaturità degli interpreti o per quell'abitudine di una città pronta a dividersi su tutto.
2020/08/27 20:09:53



