'Al Emir Bahar, Amirbar, Ammiraglio, la tua voce mi sia propizia...' Il mare, come il deserto, è spesso il luogo da dove meglio si accede a labirinti che, per essere interiori, non sono certo meno intricati ed enigmatici. Il lettore che già conosce le avventure di Maqroll il Gabbiere sa bene come di quei paraggi egli sia un immancabile esploratore: una continua deriva - sulle mappe dell'anima e del mondo - possiede da sempre il suo destino. Ciò che questa volta appare importante è l'orizonte di cui ci parla il racconto: non il solare oceano, ma il mondo notturno delle miniere. Fra i molti improbabili mestieri di Maqroll non poteva forse mancare quello più alchemico di cercatore d'oro. Ma attorno alle miniere, ognuna con una sua leggenda di morte, si aggira quell'universo di personaggi generosi e ingenui, sensuali e segnati a cui pare che il Gabbiere vada sempre inesorabilmente incontro.La sua è quasi una forma di pietà dell'avventura e nell'avventura. A cominciare naturalmente da quell'essere umano e alienissimo adun tempo che continua a essere la donna, qui nelle fattezze asiatiche di Antonia, la quale trova nei gesti di una ossessiva praticaerotica il solo sedativo per una mente sempre sull'orlo della follia. Alvaro Mutis trova in Amirbar un singolare equilibrio fra narratore e personaggio che non cessano mai di abbandonarsi. La saga di Maqroll il Gabbiere sta diventando un lungo colloquio sull'amicizia, attraverso cui il lettore viene condotto con i mezzi tradizionali del mestiere di narratore nel centro mitologico di una multiforme scrittura poetica.
2020/09/03 04:51:39



