"A mano a mano che ci avviciniamo, l'immagineinduce nel nostro animo già così provatouna sua minacciosa ostilità. Il treno si fermadavanti a una baracca illuminata con unaluce gialla. È il campo di concentramento diMauthausen-Gusen. Si aprono gli sportellidel treno. Soldati con cani e bastoni comincianoa picchiarci. Urlano "schnell, schnell".Dai carri bestiame la merce deve essere scaricatacon estrema celerità. I cani ringhiano,le bastonate ci raggiungono da tutte le parti.È la notte del 7 agosto 1944."Gianfranco Maris, attivo nelle file del Partitocomunista clandestino e poi della Resistenzamilanese, ha poco più di vent'anni quandoda Fossoli, dove la Repubblica sociale italianaha realizzato un campo di prigionia edi transito destinato alla custodia degli ebreie dei deportati politici, giunge in territorioaustriaco insieme ad altri trecento italiani. Èl'inizio di un viaggio tormentato e assurdonell'inferno del lager, dal quale moltissiminon faranno più ritorno. A Mauthausen gliuomini vengono ridotti a "stuck", pezzi di unprodotto, e immessi in una catena di montaggioche impone lavori disumani, freddo,fame, malattia. E poi quasi sempre la morte,inflitta con una iniezione al cuore o tramitecamera a gas. L'unico modo per sopravvivereè gonfiarsi il petto d'aria - così da sembrarepiù "in forze" - al momento delle selezioni,sopportare i turni massacranti nellecave di pietra, dividere un chilo di pane conaltri venti detenuti, subire cinque bastonateper ogni pidocchio scoperto dai kapò durantele ispezioni. Il 5 maggio 1945, a liberazioneavvenuta, Maris ha ventiquattro anni, pesatrentotto chili e ha già visto tutto l'orrore delmondo.Adesso di anni ne ha novantuno e ha decisodi fissare sulla pagina i ricordi della suaesperienza estrema e di aggiungere così untassello importante all'ormai vasto eppuremai sufficiente mosaico di testimonianzeche hanno tentato di raccontare l'orroredello sterminio nazista.
2020/08/30 12:14:52



